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Il teatro dell'altro

Marco De Marinis
Il teatro dell'altro
Interculturalismo e transculturalismo nella scena contemporanea

La casa USHER - edizione 2011

Presentazione del libro
domenica 16 ottobre ore 12
Modena, Biblioteca Delfini
Vie Scena Contemporanea
Interverranno Marco De Marinis e Pippo Delbono


Dalla metà di Giugno è disponibile in libreria il nuovo libro di Marco De Marinis intitolato Il teatro dell'altro. Interculturalismo e transculturalismo nella scena contemporanea in uscita per la collana Oggi, del Teatro della casa editrice fiorentina La casa USHER.
Nel libro vengono prese in esame le questioni dell'identità e dell'alterità, così come esse sono state portate all'attenzione generale dai maestri contemporanei, cioè dai protagonisti delle due fasi della riforma teatrale nel XX secolo, e così come si pongono oggi nei settori più avanzati della scena. Tre, in particolare, sono le esperienze teorico-pratiche che fungono da riferimenti guida. La prima, anche in ordine cronologico, è quella di Artaud e del suo viaggio in Messico, esempio precoce ed estremo di osservazione partecipante. Deluso dal teatro e dalla cultura occidentali, Artaud parte per il Messico in cerca di una cultura organica e del vero teatro, cioè di un teatro inteso come azione efficace, capace di trasformare in profondità l’essere umano. La partecipazione ai riti del peyotl presso i Tarahumara lascia sul visionario francese un segno indelebile, e il tentativo ininterrotto di renderne conto attraverso la scrittura costituisce uno degli sforzi grandiosi della sua ultima stagione creativa. La seconda esperienza teorico-pratica è quella dell’antropologia teatrale di Eugenio Barba e dell’ISTA, l’International School of Theatre Anthropology. Varata alla fine degli anni Settanta dal fondatore e regista dell’Odin Teatret, l’antropologia teatrale si è offerta da allora come indispensabile campo d’indagine e preziosa prospettiva scientifica, caratterizzati dalla messa a fuoco dell’alterità tecnica del comportamento scenico, alla cui base sono reperibili, per via comparativa, pochi, essenziali principi pre-espressivi interculturali o, più esattamente, transculturali. Questi ultimi, a loro volta, danno vita a una ben più ampia pluralità di tecniche extra-quotidiane, riguardanti i modi in cui l’attore mette in forma il corpo, costruendo così la propria presenza scenica. Il terzo esempio è quello di Jerzy Grotowski, che in qualche modo funge da filo rosso, legando i diversi capitoli del volume. In effetti, un libro come il presente, consacrato alle questioni dell’altro e dell’alterità nella scena contemporanea, non poteva non trovare nel regista e teorico polacco la figura eponima.
Tutta la ricerca di Grotowski, dall’inizio alla fine, dall’arte come presentazione all’arte come veicolo, rappresenta uno straordinario tentativo di fare del teatro uno strumento particolarmente idoneo a esplorare e a esperire direttamente le varie forme e dimensioni dell’alterità.

Il nostro rapporto con gli altri, e quindi anche con noi stessi, oscilla costitutivamente fra paura e fascinazione. Naturalmente anche la follia e il nostro rapporto con la follia hanno a che fare con questa oscillazione, se è vero che – come ha proposto Pier Aldo Rovatti – essa è definibile al tempo stesso come «diversità e paura della diversità». Esistono due modi sbagliati (o facili, cioè sbagliati in quanto facili) di rapportarsi con l’altro: rifiutarlo perché diverso o accettarlo negandone la diversità.
Quello che bisognerebbe riuscire a fare, invece, è di accettare l’altro proprio in quanto tale, in quanto diverso. Si tratta di un’opzione difficile, che presuppone due gesti teorici apparentemente opposti ma in realtà fra loro complementari: il riconoscimento che «io è un altro» (Rimbaud), cioè che l’alterità, e quindi la follia, iniziano già in noi, nell’io, nel medesimo; come riconobbe del resto Freud, con la sua topica tripartita, e come oggi sottolinea, per esempio, l’anthropologie du proche di cui è portabandiera Marc Augé, il quale parla di un’«alterità intima o essenziale», per alludere alle differenze di cultura interne alla persona, all’individuo; l’ipotesi che, per converso, esista un fondo comune, transindividuale, transculturale, il quale avrebbe a che vedere, per dirla rapidamente e sinteticamente, con il corpo da un lato, e con lo spirito (o anima) dall’altro.
In proposito, vale la pena di sottolineare subito un valore, o almeno un pregio, del teatro. Il teatro può allenarci a questo doppio, simultaneo e solo apparentemente contraddittorio gesto teorico, e quindi diventare una grande palestra per l’accettazione dell’altro in quanto tale; a patto però di porsi come scoperta, esplorazione e confronto con l’alterità, a partire dalla propria, e dunque anche come viaggio verso e dentro se stessi, o più esattamente come «lavoro su di sé».

Marco De Marinis

 
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