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PER ALFREDO DE PAZ

PROFESSORE DI METODOLOGIA E CRITICA DELLE ARTI E FENOMENOLOGIA DEGLI STILI NEL DIPARTIMENTO DELLE ARTI, SCOMPARSO IL 12 MAGGIO 2013



Caro Alfredo,
sei stato un grande amico, oltre e prima che un impareggiabile collega, per una vita intera. Ci siamo persi e ritrovati tante volte e ogni volta era come se non ci fossimo mai lasciati.
Ci conoscemmo agli inizi degli anni Settanta, quando entrambi facevamo parte del gruppo di giovani e giovanissimi che Benedetto Marzullo radunò attorno a sé nel momento in cui nacque, per suo impulso, il Dams.
Diventammo subito amici e io potei approfittare in quei primi anni della tua già grande esperienza nel campo delle scienze umane e del pensiero critico. E' grazie a te che familiarizzai per la prima volta con la Scuola di Francoforte: Adorno, Horkheimer, Benjamin soprattutto. E' grazie a te che potetti incontrare allora due figure chiave della cultura bolognese come Roberto Roversi, recentemente scomparso anche lui, e Gianni Scalia. Ricordo che, in particolare, mi aiutasti a pubblicare uno dei miei primi scritti saggistici, riguardante l'Orestea di Luca Ronconi, sulla rivista “Rendiconti”, diretta da Roversi.
Ma è di te che voglio parlare un po'.
Raramente ho conosciuto all'università persone capaci, come te, di una dedizione assoluta all'insegnamento e agli studi: di questi ultimi testimonia il numero impressionante di volumi al tuo attivo; dei primi il numero altrettanto rilevante delle tesi di laurea seguite negli anni e, più ancora, la gratitudine durevole di molte generazioni di studenti.
Eppure, per strano e ingiusto che sia, l'accademia non ti ha mai amato troppo: dai lei hai ricevuto sicuramente più dispiaceri che soddisfazioni o riconoscimenti. Comprensibilmente te ne lagnavi con me talvolta, ma sempre con grande understatement. Mi vien quasi da pensare che forse, a un intellettuale fortemente segnato come te dal Sessantotto, l'essere rimasto un po' ai margini del sistema (nonostante l'ordinariato conseguito troppo tardi) non dispiacesse, sotto sotto; forse lo vedevi come una specie di conferma della tua coerenza.
Probabilmente avevi ragione tu. Non sono queste le cose che contano veramente nella vita di un intellettuale. Vedi, continuo a chiamarti così, piuttosto che “professore”, o “studioso”, perchè credo che questo più di tutto ti sentissi e volessi essere: un intellettuale e quindi un pensatore critico, e anche un dissidente, o almeno un dissenziente, per quanto silenzioso. (Ma te le ricordi quelle incredibili giornate del marzo 1977 in piazza Verdi?).
Che le cose non siano andate come allora speravamo tu ed io, e insieme a noi la “meglio gioventù” di un'intera generazione, beh questo mi pare evidente. Però, almeno nel tuo caso (e spero anche nel mio) non è vero il perfido epitaffio tante volte lanciato contro i dissidenti pentiti: “volevano cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato loro”.
No, nel tuo caso non è stato così. Tu sei rimasto assolutamente fedele, nonostante tutto, alla postura di pensatore critico che ti era stata congeniale fin dall'inizio; semmai declinandola, nel tempo, in direzione di un'etica del lavoro direi quasi calvinista (più ancora che ebraica).
Non che non ci si divertisse con te, al contrario! Sono davvero poche le trattorie e le osterie bolognesi (molte delle quali oggi non esistono più) che non ti abbiano avuto come frequentatore, spesso abituale e affezionato (cito, per tutte, il mitico “Da Vito” dei non meno mitici anni Settanta). Avevi, a dirla tutta, un côté da viveur, o meglio da bon vivant, che non stonava affatto con il tuo profilo di intellettuale rigoroso. E la tua raffinata eleganza nel vestire era proverbiale (a volte mi rimproveravi, giustamente, per un abbigliamento un po' troppo casual).
Quante discussioni durante quelle innumerevoli serate nella nostra città! Parlavamo di tutto e su quasi tutto litigavamo, come si conviene fra veri amici. Mi mancheranno immensamente quelle serate, mi mancheranno quelle lunghe passeggiate sotto i portici e in piazza, mi mancheranno quelle discussioni interminabili.
Addio, amico mio, e scusami se non sono riuscito a starti vicino come avrei voluto in questi ultimi, terribili mesi.


MARCO DE MARINIS


 
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