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Alla corte del Red
di Silvia Mei

Si aprono le danze nella migliore delle tradizioni (del nuovo) a Reggio Emilia con RED (www.iteatri.re.it), la magione italiana della danza internazionale, dal 2009 in versione autunnale accordata con REC. Doveroso il tributo alla regina mitteleuropea del Tanztheater, Pina Bausch, scomparsa prematuramente il 30 giugno 2009, mentre in prima italiana passava al festival di Spoleto la creazione del 2007, Bamboo Blues, dedicata all’India. É stato allora Kontakthof ab 14 (8-9 ottobre, Teatro Valli) ad aprire la stagione celebrando la neoespressionista di Solingen, allieva di Jooss a Essen e figura emblematica del teatro postdrammatico nel secondo Novecento. Si tratta dell’ultima versione del celebre spettacolo del 1978, l’indimenticato Kontakthof, che aprì al cosiddetto metodo o processo Bausch, dove il collettivo di Wuppertal partecipava alla creazione scenica fornendo materiali attinti dal proprio rimosso - poi selezionati e montati dalla coreoregista dentro una sapiente tessitura musicale: dai tanghi tedeschi anni Trenta alle più popolari colonne sonore di Charlie Chaplin e Nino Rota. A distanza di trent’anni dallo storico Stück, Bausch affronta il terzo atto del riallestimento dello spettacolo che già aveva riproposto nel 2000 con la versione sottotitolata “mit Damen und Herren”, scegliendo interpreti non professionisti ultrasessantenni. Con la collaborazione e l’assistenza di Jo Ann Endicott, più che un’interprete, e Bénédicte Billet, che hanno straordinariamente lavorato con un gruppo di giovanissimi volontari tra i 14 e i 18 anni, dei diversi licei di Wuppertal, Bausch chiude quella che possiamo oggi riconoscere come la trilogia della vita, un affresco umanista delle età dell’uomo, diversamente e necessariamente espressive (l’unica critica è per la lacca dei costumi ricostruiti da Marion Cito, che ci fanno rimpiangere gli originali abiti da sera, stropicciati, dismessi e anche un po’ retrò di Rolf Borzik). Il paragone con i precedenti è stato per molti infelice, soprattutto dopo la toccante e sconvolgente versione over 65 che è diventata non a caso un classico, a tutt’oggi in repertorio e ora anche in dvd. Ha però meritato una pellicola la nuova versione da teenagers: si tratta del documentario di Anne Linsel e Rainer Hoffmann, Les rêves dansants, sur les pas de Pina Bausch, proiettato in anteprima a Parigi lo scorso 13 novembre e ora in una cinquantina di sale francesi. Le due cineaste hanno seguito tutte le prove nel 2008 fino al debutto a Wuppertal e qui raccontano la storia dei 26 adolescenti, più timidi e inibiti di quello che ci si può immaginare, alla prova del palcoscenico e della travolgente macchina scenica. Anche (e soprattutto) per chi si è perso lo spettacolo dal vivo.

Di pari livello e distinta grazia, Saburo Teshigawara con Karas, la compagnia fondata nel 1985 assieme alla danzatrice Kei Miyata. Già nella scorsa stagione, il danzatore e coreografo giapponese aveva folgorato la platea col suo de-solato e vibrante Miroku, un assolo di sconfinata bellezza e lirismo. È ritornato a RED a distanza di un anno con Obsession (7 novembre, Teatro Ariosto), qui in coppia con la danzatrice Rihoko Sato, dal 1996 in compagnia, per un pas de deux che non ci fa rimpiangere la ben accordata Miyata.

Ispirato al celebre film surrealista di Luis Buñuel Un chien andalou, del 1929, la coreografia di Obsession racconta l’amore morboso e compulsivo che travolge una coppia di amanti, scolpiti da luci caravaggesche e violente ombre espressive alla Garrone (ricorda, per l’appunto, nelle tematiche erotico-masochiste, Primo amore del giovane e iconoclasta regista italiano). Il referente filmico - un corto in verità, della durata di soli 16 minuti, in cui vengono concatenati episodi onirici di Dalì e dello stesso Buñuel - rimane sullo sfondo, allo stato di pre-testo, senza incidere nella composizione formale. E sicuramente, anche nell’evocazione di atmosfere sinestetiche, è la meno surrealista delle creazioni di Teshigawara, in confronto a Black Water, passato in Italia nel 2006, carico di sinistri presagi nei neri paesaggi in forma di domino attraversati da fendenti di luce bianca.
Coprodotto, tra gli altri (Biennale de la Danse de Lyon, Festival d’Automne-Paris, Théâtre de la Bastille-Paris), dalla Menagerie de Verre, delizioso e delicato, come suggerisce la sua stessa denominazione, spazio parigino dell’undicesimo arrondissement, Nuda vita (6-7 novembre, Teatro Cavallerizza), è giunto a RED in prima italiana con le sorelle, figlie d’arte, Sagna: Carlotta e Caterina, due coreografe “assolute”, qui in scena con Alessandro Bernardeschi e Tijen Lawton. Danza italiana nel soggetto, francese nel gusto, europea nella qualità. Un déjà vu quanto a drammaturgia, che ricorda le sedute di improvvisazione di attori vincolati a un ineluttabile scontro lungo il perimetro di un metro quadrato o poco più. Quattro amici, alcuni stretti da legami di sangue, fanno capannello: si divertono, litigano, discutono, ricordano la giovinezza andata, danzano se ne hanno voglia, ma alla fine la solitudine ha la meglio, e si ritirano esclusi da una vita alla quale non riescono a rapportarsi. Quale sia la “nuda vita”, se la loro o quella di chi li osserva, rimane un interrogativo, da non sciogliere possibilmente. C’è solo da dire che di vita al suo grado zero, cioè di realtà pura, grezza, non lavorata, ne abbiamo raccapriccianti mostre tutti i giorni accendendo il digitale, mentre la Vita del teatro è, fortunatamente, quella dell’arte.
Altri appuntamenti: The Cherkaoui/Maqoma Double Bill Project con Southern Bound Comfort (13-14 novembre, Teatro Cavallerizza) e l’imperdibile Virgilio Sieni con Tristi Tropici, lattiginosa genesi al femminile dell’uomo a partire dall’omonimo capolavoro narrativo e antropologico insieme di Claude Lévi-Strauss (5 dicembre, Teatro Cavallerizza).

 

RED Festival
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