Carla Cuomo
Relazione di base: Inquinamento
musicale – una questione di civiltà
- Quand la
musique était rare, sa convocation
était bouleversante
- comme sa
séduction vertigineuse. Quand la
convocation est
- incessante,
la musique devient repoussante et
c’est le silence qui
- vient héler
et devient solennel.
- Le silence
est devenu le vertige moderne.
- PASCAL QUIGNARD,
La haine de la musique (1996)
|
Nella civiltà greca
la musica (mousikè) era ‘arte delle
Muse’, le divinità generate da Zeus e da Mnemosine
"perché fossero l’oblio dei mali e il sollievo
degli affanni" (Esiodo, Teogonia, 51 sgg. e
915 sgg.). Il mito d’Orfeo evoca il potere magico,
incantatorio e persuasivo della musica. Nel 1767, nel Dictionnaire
de musique, Rousseau definisce la musica
"l’arte di combinare i suoni in maniera
gradevole all’orecchio"; e nel senso comune
l’idea di musica si è sempre associata a quella di
piacere. Eppure, questa equazione tra musica e piacere
oggi non è più una verità incontrastata: la musica
può essere causa di fastidio, di disturbo, di gravi
danni biologici, psicologici, patrimoniali, esistenziali,
quando si è costretti a subirla in luoghi, modi e
contesti che trascendono la propria volontà. Si parla,
così, di ‘inquinamento musicale’.
Tale tipo
d’inquinamento va inteso essenzialmente come
inquinamento da musica, ed è un caso particolare
di inquinamento acustico, problema già di per sé sempre
più avvertito nella società moderna. La riflessione
sull’inquinamento musicale si colloca nel panorama
internazionale dei soundscape studies, che
sviluppano il concetto di acoustic ecology, lo
studio del rapporto tra uomo e ambiente da un punto di
vista sonoro. Il tema oggi coinvolge studiosi e
ricercatori di ogni ambito disciplinare, e in campo
accademico questo tipo di riflessioni interseca
molteplici punti di vista nella sfera dei cosiddetti cultural
studies.
L’inquinamento
musicale è un fenomeno recente, specifico della società
odierna: la musica è divenuta incessante, di giorno come
di notte, nella quasi totalità dei luoghi pubblici, bar,
ristoranti, ipermercati, mezzi di trasporto, piazze,
parchi, stazioni, aeroporti, studi professionali, locali
d’intrattenimento al chiuso e all’aperto,
dappertutto. Il fenomeno è peculiare della nostra èra
tecnologica, che all’abbondanza di musica associa il
culto imperante dell’amplificazione. (Questo spunto,
come altri che vengono sviluppati qui, si rifà alla
relazione di base che Tullia Magrini svolse nella
giornata di studio "Musica come disperazione"
tenuta a Bologna, nel Dipartimento di Musica e
Spettacolo, il 3 marzo 1998: Per una ecologia sonora,
"Il Saggiatore musicale", IV, 1997, pp.
492-495.) La diffusione indiscriminata di musica, tanto
più ad alto volume, ignora i principii fondamentali
della convivenza civile: il rispetto della differenza e
la libertà, intese in questo caso come dissenso
dall’onnipresenza della musica, e come libertà di
ascolto, importante quanto la libertà di parola.
L’inquinamento
musicale è così una questione di civiltà.
La musica urbana, leitmotiv
della nostra vita sociale, s’inserisce in un continuum
spazio-temporale non privo d’effetti sulla vita
personale e di relazione. Si assiste oggi ad un radicale
cambiamento dei modi di produzione, riproduzione e
fruizione sonora, condizionati dalla funzionalità
assegnata alla musica urbana (Magrini).
In alcuni casi, la musica
viene diffusa a basso impatto sonoro per creare un
sottofondo, un "profumo sonoro" che con la sua
presenza invisibile, discreta, percepita d’istinto,
infonda benessere e dinamismo senza lasciare che si
focalizzi troppo l’attenzione. È il caso della
‘musica d’ambiente’, creata sin dai primi
anni ‘70 per migliorare il rendimento del personale
negli uffici. Questa musica, sempre solo strumentale e
mai vocale – il canto attirerebbe l’attenzione
cosciente –, evita i timbri penetranti e i toni
troppo bassi o troppo acuti, che stimolerebbero i
movimenti del corpo. È assemblata a partire da brani di
musica classica o di consumo, arrangiati e riorchestrati
per rispondere a tali criteri. Sebbene
quest’artificio voglia evocare le antiche musiche di
lavoro, che sempre hanno accompagnato le attività
dell’uomo, vi è una profonda differenza rispetto al
passato: non sono i lavoratori a crearle. (Dalle
sperimentazioni di Brian Eno alla produzione su scala
industriale da parte della ditta americana Muzak, la
musica d’ambiente è notoriamente debitrice dei media
e delle nuove tecnologie: della loro influenza sulle
mutate condizioni d’ascolto parla Michel Chion,
Musica, media e tecnologie, Milano, Il Saggiatore,
1996.)
In altri casi di
diffusione a basso impatto sonoro, la musica vorrebbe
svolgere una funzione architettonica, vorrebbe costruire
e delimitare uno spazio acustico. Nell’idea delle
ditte specializzate che la producono e dei gestori dei
locali e degli spazi pubblici, essa non viene diffusa per
essere ascoltata, ma per farci familiarizzare con
l’ambiente tramite l’esperienza sensoriale
collettiva: lo spazio frequentato transitoriamente, che
alcuni antropologi definiscono ‘non luogo’
perché anonimo e deputato all’individualità
solitaria, diventerebbe così un ‘luogo’,
ovvero uno spazio identitario e relazionale (Marc Augé).
Negli ipermercati, per esempio, la musica che ci accoglie
al parcheggio esercita una funzione convocativa,
rafforzata dai messaggi pubblicitari interposti tra una
musica e l’altra: ha lo scopo di rassicurarci e
renderci familiare il posto. Questo spiega anche la
presenza della musica sui mezzi di trasporto che,
attraverso la diffusione sonora, vorrebbero diventare
spazi abitati, abitabili, atti a farci sentire a nostro
agio. La musica è in grado di semantizzare gli spazi,
dunque di creare un legame dell’individuo con
l’ambiente, una "contrattualità": la
fidelizzazione del cliente passa anche per queste vie.
Tale uso della musica,
tuttavia, diventa spesso disagio, disturbo ambientale,
rumore di fondo, se è reiterato, continuo, ossessivo, e
non consente di gestire il proprio spazio di relazione,
anche attraverso la scelta del silenzio. Perché, insieme
col biglietto dell’autobus, debbo acquistare
l’ascolto di una musica che non ho scelto, in un
momento che non ho voluto?
Per quanto riguarda la
diffusione di musica ad alto impatto sonoro, registriamo
situazioni in cui musiche diverse vengono sapientemente
calibrate nell’alternanza di momenti lenti e distesi
con momenti dinamici e ben ritmati, sì da influire sui
ritmi fisiologici. Il sistema-musica di molti locali è
computerizzato in base a questo assemblaggio, così da
passare automaticamente, nelle ore di punta, a musiche
più forti e più veloci. Ciò si verifica, ad esempio,
in certi ristoranti in cui viene diffusa musica ad alto
volume e assai ritmata, considerata congeniale ad un
locale giovane e alla moda. In verità, la questione
investe il sistema dei bilanci e dei profitti: questo
tipo di colonna sonora ambientale è studiato per
accelerare il ritmo di alimentazione e dunque di rinnovo
dei clienti nel locale, ossia per aumentare il ritmo di
produzione, negli interessi del gestore.
In altri casi, il
cittadino medio è costretto a subire la violenza
invasiva di volumi sonori al di sopra della soglia
fisiologica di "normale tollerabilità" (art.
844 del codice civile). L’aggressione acustica di
attività produttive quali discoteche, pubs o
palestre situate in zone ad elevata densità abitativa,
in prossimità di condominii se non in spazi addirittura
adiacenti, suscitano una reazione crescente, riportata
sempre più spesso dai quotidiani: le lamentele dei
cittadini invasi nella propria abitazione da immissioni
sonore provenienti da locali con musica ad alto volume.
L’aggressività sonora può determinare la sfiducia
del cittadino, strisciante o palese, nei confronti della
Pubblica Amministrazione cui compete da un lato la tutela
della quiete pubblica, dall’altro la tutela del
diritto alla salute che, come recita l’articolo 32
della Costituzione, è "fondamentale diritto
dell’individuo e interesse della
collettività". L’inquinamento musicale può
seriamente compromettere la salute di una persona, il suo
equilibrio complessivo, e procurare anche un ‘danno
esistenziale’, figura di recente riconosciuta dalla
nostra giurisprudenza. Esso consiste in
un’alterazione del benessere psicofisico, con
conseguente riflesso sulle normali attività quotidiane,
tale da tradursi in una lesione della serenità personale
quale diritto di ciascun soggetto nell’ambito sia
lavorativo sia familiare. A volume alto o basso, una
musica non gradita in quanto non richiesta, soprattutto
quand’è reiterata e ossessiva, può
‘inquinare’ negli stessi termini in cui
l’inquinamento acustico è definito dalla
legge-quadro n. 447/1995: può cioè rappresentare
un "pericolo per la salute umana", poiché
interferisce "con le legittime fruizioni degli
ambienti". Al contempo, l’inquinamento da
musica può contribuire al "deterioramento degli
ecosistemi" di cui parla la stessa legge, e nuoce
all’"interesse della collettività"
sancito dall’articolo costituzionale.
È per tutte queste
ragioni che il problema dell’inquinamento musicale
è innanzitutto un problema politico: è questione civile
che va affrontata in primis da un punto di vista
giuridico.
L’esame delle
situazioni sopra descritte lascia emergere come la
musica, nella nostra civiltà, da arte consolatrice,
incantatrice e benefica, sia divenuta potenziale sorgente
di sofferenza sonora, invasione molesta e martellante,
strumento vessatorio di un ascolto coatto. Perché questo
ribaltamento di paradigmi? Il mutamento trasforma il
concetto stesso di ‘musica’, che nella realtà
urbana è ormai un distillato di tante sonorità diverse,
costruite in funzione di un consumo, alla stregua
di altri prodotti commerciali. Che cosa si nasconde
dietro questo fenomeno?
Possiamo facilmente
osservare che la presenza invasiva della musica
scaturisce dalla consapevolezza, da parte di chi la
diffonde, del suo potere seduttivo. Si può dire che la
musica ha una natura ontologicamente autoritaria: chi
può resisterle? Questo potere della musica – e
diciamo per estensione del suono – è dovuto da un
punto di vista soggettivo alla dimensione olistica della
percezione uditiva, da un punto di vista oggettivo alla
proprietà di propagazione isotropa del suono. Inoltre,
sotto l’aspetto psicologico il suono sollecita in
modo particolare il sistema limbico, che regola il
comportamento emotivo-motivazionale. Grande è dunque la
forza evocativa dei suoni che si associano alle nostre
esperienze e fanno leva sulla memoria.
La musica, insomma, non ha
semplicemente potere: essa è potere, che si
associa ad altri poteri.
La dimensione olistica
della percezione uditiva ci fa riflettere su un aspetto
del potere della musica oggi assai sfruttato: la sua
forza di comunicazione, che agisce a livello sia
biologico sia simbolico. Il suono ci raggiunge in
qualsiasi momento, in qualsiasi condizione, anche nel
sonno, in modo indipendente dalla volontà cosciente. La
dimensione acustica rappresenta un aspetto fondamentale
della vita dell’uomo: basti pensare che, in età
prenatale, l’udito precede la visione, e alla
nascita costituisce il primo canale di comunicazione
dell’essere umano col mondo. L’udito è
connesso alla valutazione della situazione
spazio-temporale: ascoltare è, da un punto di vista
antropologico, il senso stesso dello spazio e del tempo.
Tuttavia, vi sono livelli d’ascolto diversi: tra
udire e ascoltare vi è la differenza che passa tra una
mera percezione quantitativa dei suoni, che non vengono
interpretati, ed una percezione qualitativa che via via
mette in atto processi cognitivi superiori.
Ad un primo livello,
l’ascolto genericamente inteso è un importante
mezzo di adattamento dell’uomo all’ambiente:
l’appropriazione dello spazio è in parte sonora. I
suoni e i rumori dell’ambiente domestico ce lo
rendono familiare in forza della nostra abitudine ad
essi, in virtù, cioè, del loro riconoscimento. In
questo caso il suono porta con sé informazioni
riguardanti il territorio: l’ascolto è, al livello
basilare, una selezione di indizi che permette di
delimitare il territorio, lo spazio sicuro (Roland
Barthes). Se l’ambiente è acusticamente inquinato,
anche dalla persistenza di musica, l’uomo non può
comunicare correttamente con esso. Se la musica urbana
provoca notevoli disturbi e anche danni, ciò significa
che il territorio della città non è più avvertito come
sicuro.
Ad un livello superiore,
ascoltare non è semplicemente cogliere indizi e
discriminarli per un adattamento territoriale: esso è
coinvolgimento del soggetto nell’atto
d’interpretare la cosa ascoltata, perciò è
esercizio d’intelligenza. Tocchiamo qui
l’aspetto più intangibile dell’inquinamento
musicale, ma non il meno rilevante in senso culturale. Il
concetto di ‘inquinamento’ si raccorda sempre
con quello di ‘abuso’, che nel caso della
musica ha le sue principali cause nel consumismo, anche
di tipo musicale. L’abuso di musica àltera gli
atteggiamenti uditivi, modifica gli abiti d’ascolto
dell’uomo, trasforma quello che Murray Schafer
(1977), pioniere degli studi sul paesaggio sonoro,
definiva un ascolto hi-fi, cioè ad alta fedeltà,
in un ascolto lo-fi, a bassa fedeltà. Ne consegue
un effetto di saturazione, che trasforma l’ascolto
in indistinta esperienza sensoriale. Se
‘ascoltare’ significa entrare in relazione viva
con la musica stessa, ovvero partecipare alla
costituzione del significato della musica, l’abuso
di musica ha due conseguenze inevitabili: da un lato, si
disperde il ruolo attivo del soggetto in tale processo di
significazione, dall’altro, diventa impossibile il
silenzio, diritto soggettivo inalienabile, momento del
riposo, del rapporto con sé stessi, della riflessione, habitat
propizio all’ascolto attento.
L’inquinamento
musicale è in tal senso anche una questione filosofica.
Il continuum sonoro
negli spazi pubblici tiranneggia il nostro tempo
esistenziale. Se ogni società crea la cultura di cui ha
bisogno, la nostra società crea una cultura rumorosa per
negare il silenzio. Il chiasso, il frastuono, il
bombardamento sonoro esprimono la paura del silenzio: nel
ritmo incessante degli eventi della vita odierna,
sottoposta ad infinite sollecitazioni, non vi è spazio
– in senso letterale – per il silenzio, vissuto
come stasi, immobilità, horror vacui. Si mobilita
così la musica in funzione apotropaica, per scongiurare
l’assenza di suono come angoscia, tedio, momento
improduttivo.
In realtà, bisogna
osservare che anche il nostro concetto e la nostra
pratica del silenzio sono stati profondamente modificati
dal milieu tecnologico nel quale viviamo. La
moderna tecnologia ha permesso di superare la natura
effimera del suono, cioè di separare il suono dalla sua
fonte e di renderlo permanente. La schizofonia
(Schafer), ovvero la possibilità di scindere il suono
dalla sua fonte originaria, permette di comporre,
ricomporre, moltiplicare, variare i suoni, agire su di
essi come più piace. Anche il silenzio è assoggettato
agli sviluppi tecnologici: sarebbe superficiale credere
che esso sia solo assenza di suono. La scomparsa del
silenzio si può forse considerare una delle cause
dell’individualismo odierno: l’imbottitura
sonora può inibire la socializzazione. Il problema
dell’eccesso di suono tocca da vicino la sfera
educativa. Stare in silenzio permette di ascoltare,
perché il silenzio inaugura una relazione: esso è attività,
non stasi. Ascoltare significa anche sondare. Il silenzio
permette l’attenzione e perciò la capacità
critica, selezionatrice: favorisce la "fermentazione
del pensiero" (Jankélévitch). Se pensiamo alla
progressiva scomparsa del silenzio dalla nostra civiltà
nei termini di una crescente occupazione sonora degli
spazi, e intendiamo per ‘spazio’ anche quello
della nostra mente, comprendiamo come il problema
dell’inquinamento musicale sia persino un problema
di "ecologia della mente". L’ambiente
musicalmente inquinato nel quale viviamo incide sul
nostro modo di conoscere, pensare, decidere. Da questo
punto di vista, il problema dell’inquinamento
musicale è una questione epistemologica, nella
prospettiva del superamento della dicotomia mente/natura,
a favore del modello di un pensiero complesso, vòlto ad
integrare scienze umane e scienze naturali in un
orizzonte transdisciplinare.
La presenza di musica
programmata negli spazi pubblici fa riflettere altresì
sul silenzio in una nuova accezione, e cioè nel
significato di ambiente disponibile, spazio non
programmabile, condizione aperta
all’accadimento degli eventi, dunque libertà.
In quanto raro e straordinario, il silenzio è diventato
oggi – nei termini propri dell’ecologia –
‘risorsa’, e da un punto di vista giuridico
‘bene comune’. La sofferenza sonora colpisce
tutti gli esseri viventi, e nell’ambito
dell’esistenza umana raggiunge tutte le persone,
senza distinzioni di ceto o censo: il silenzio è così necessità
civile. La pubblicità televisiva di
un’automobile, tuttora in programma, mostra un uomo
che trova finalmente sollievo dall’intenso rumore
del traffico cittadino entrando nella propria vettura,
dotata di straordinari mezzi d’isolamento acustico.
Lo slogan è: "La qualità si misura in
decibel". Da quest’esempio ricaviamo che il
silenzio, nella società dei consumi, ha già acquisito
un valore commerciale.
La mancata
regolamentazione della diffusione di musica nel contesto
pubblico corrisponde ad una privatizzazione del paesaggio
sonoro, sotto l’aspetto della manipolazione indebita
di umori, emozioni, condizioni vitali dell’individuo
che si ripercuotono sulla collettività.
L’’ecologia urbana’ conferisce importanza
al concetto di ‘ecosistema urbano’ –
l’insieme degli organismi viventi e non viventi
della città e delle immediate adiacenze – e al
concetto di ‘comunità’, che pone
l’accento sulle correlazioni esistenti tra le
caratteristiche fisiche ed ambientali della città e i
fenomeni di patologia sociale, disadattamento,
alterazione psichica. È in questa prospettiva che va
valutato il problema dell’inquinamento musicale,
cioè nel quadro più ampio del rapporto tra uomo e
ambiente sonoro, sia nel senso della salubrità
dell’uno e dell’altro, sia nel senso del valore
dell’ambiente sonoro quale pubblico dominio,
‘bene’ comune, parte integrante
dell’ecosistema che va tutelato.
Se dal punto di vista
giuridico si registrano nel nostro Paese innovazioni
importanti, come il recente affermarsi della categoria di
ambiente quale "fenomeno giuridico unitario" e
l’estensione dell’ambito di tutela fino a
comprendere "la persona umana in tutte le sue
estrinsecazioni" (sentenza n. 210/1987 della Corte
costituzionale), riscontriamo tuttavia nella realtà dei
fatti un’insufficienza della tutela preventiva, e
dunque la preponderanza di quella successiva ai danni
acustici – anche da musica –, con conseguente
elevato costo sociale. Soprattutto, è urgente
predisporre nelle città piani di zonizzazione acustica,
che siano efficaci anche nel regolamentare le attività
produttive con musica situate nei centri abitati.
In questa prospettiva, le potenzialità degli strumenti
legislativi sono affidate alla sensibilità
politico-amministrativa dei Comuni, che sono peraltro i
primi responsabili della qualità della vita urbana e del
suo ‘sviluppo sostenibile’. Questo stesso
concetto di ‘sviluppo’ impone dei limiti
all’organizzazione tecnologica e sociale
nell’uso delle risorse ambientali, fra le quali
poniamo il silenzio come diritto soggettivo e
inalienabile.
In conclusione: quali
esseri umani nella società, quali cives
appartenenti ad una polis, abbiamo diritto a non
essere aggrediti dal suono, soprattutto dal suono diffuso
per ragioni di profitto. Il problema
dell’inquinamento musicale è una questione di
diritti umani. Esso è strettamente connesso al complesso
rapporto tra ambiente ed economia, nodo delle politiche
economiche e sociali. La sostenibilità del benessere
individuale e collettivo esige modificazioni degli
assetti istituzionali, e un cambiamento non solo
economico e sociale, ma nello stesso stile di vita della
comunità. Il problema si pone dunque su un piano più
ampio, quello cioè dei valori culturali e morali della
nostra società.
L’inquinamento
musicale è così un problema etico: esso è, alla
radice, questione di civiltà.
|