martedì 12 febbraio, ore 21 Aula absidale (via de' Chiari 25a) ingresso libero - posti limitati Franz Joseph Haydn (1732-1809) Quartetto in Mi bemolle maggiore, op. 33 n. 2 (Hob. III.38), “Lo scherzo” Allegro moderato Scherzando Largo Finale: Presto Dmitrij Šostakovič (1906-1975) Quartetto n. 11 in Fa minore, op. 122 Introduzione: Andantino Scherzo: Allegretto Recitativo: Adagio Étude: Allegro Humoresque: Allegro Elegia: Adagio Finale: Moderato Franz Schubert (1797-1828) Quartetto in Re minore D. 810, “La Morte e la Fanciulla” Allegro Andante con moto Scherzo: Allegro molto Presto
TERRE-PSY-CORDES: un nome che unisce la terra allo
spirito, un Quartetto nato dall’incontro tra un italiano, una bulgara e
due svizzeri, ispirati dalla benevola attenzione della musa Tersicore.
I quattro giovani musicisti che lo compongono formano il Quartetto Terpsycordes a Ginevra nel 1997. La loro comune passione li conduce a studiare Quartetto con Gábor Takács-Nagy al Conservatorio superiore di Ginevra, dove ottengono il primo premio in virtuosismo nel 2001. Partecipano a master classes (organizzate particolarmente in Francia dal Centro europeo per la Musica da camera “ProQuartet”) condotte dai Quartetti Amadeus, Budapest, Hagen, Italiano, Lasalle, Mosaïques, Smetana, Via Nova. Inoltre, si perfezionano al Centre de Musique ancienne di Ginevra. Il Quartetto Terpsycordes vince il primo premio al LVI Concorso internazionale di Ginevra nel 2001, e viene premiato anche nei concorsi di Trapani, Weimar e Graz. Forte dell’ampio consenso della critica e del pubblico, si esibisce in numerosi festival e concerti, dall’Europa all’America latina. Ha inciso per Claves Records diversi quartetti di Haydn e una integrale schumanniana che ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Il suo repertorio, in continua espansione, spazia da composizioni dell’età classica, eseguite su strumenti storici, alla musica contemporanea. |
Le tre età del Quartetto Quartetto d’archi Terpsycordes Girolamo Bottiglieri e Raya Raytcheva violini Caroline Haas viola François Grin violoncello Nel
quartetto d’archi Franz Joseph Haydn individuò la palestra ideale in
cui elaborare ed esercitare le sottigliezze di quel linguaggio
strumentale che i musicologi moderni hanno poi definito ‘stile
classico’. Al suo editore, Haydn presentò i sei quartetti dell’opera
33, che risalgono al 1781, come composizioni scritte «in un modo nuovo
e particolare»: e invero in essi giunge a pieno rigoglio il principio
dell’elaborazione tematica, unito a una nuova densità
contrappuntistica. Quanto alla forma, l’opera 33 rimpiazza con un
energico Scherzo, spesso collocato in seconda posizione, il più galante
Minuetto. Nel Quartetto in Mi bemolle, il primo movimento, come tanti
altri di Haydn, si basa su un sol tema, che dispiega via via in varie
tonalità (e dunque sotto una luce cangiante) la sua colloquiale
affabilità. Segue il piglio deciso dello Scherzo, che solo per poco nel
Trio centrale allenta l’inflessibile fermezza delle cantilene del
violino. Insolito è il ruolo di primo piano della viola, strumento
assai amato da Haydn, nel Largo sostenuto: il suo canto disteso, di
superba compostezza, si unisce al violoncello, quindi è riproposto, in
veste via via più florida, nelle tessiture più acute dei violini, in
una sorta di variazione in sviluppo. Nel Presto finale, in forma di
rondò, il pimpantissimo tema gioca a rimpiattino con le aspettative
dell’ascoltatore, ingannandolo con pause, sospiri, indugi inattesi,
fino a lasciarlo di stucco nell’ultima sua comparsa: in pianissimo
ne risentiamo per l’ennesima volta l’attacco, ma mentre ci attendiamo
che continui scopriamo invece che il movimento è proprio finito lì. (Lo
spurio sottotitolo che tradizionalmente accompagna questo Quartetto,
“Lo scherzo”, allude proprio all’eccentrica arguzia che pervade
l’ultimo movimento.)
“La Morte e la Fanciulla” di Franz Schubert, uno dei capolavori della letteratura quartettistica, trae il titolo dall’omonimo Lied, composto nel 1817 su versi di Matthias Claudius. Se il tema principale del Lied, ripreso alla lettera, sta alla base del secondo movimento, il suo tono lugubre, che alterna l’angoscia della Fanciulla al canto grave e severo della Morte, pervade l’intero Quartetto, scritto nel 1824, ma giunto al successo soltanto dopo la morte di Schubert (e non senza resistenze: a un compositore come Mendelssohn parve «cattiva musica»). L’Allegro d’apertura ci situa di colpo in un clima drammatico e teso, segnato dall’onnipresenza dell’incisiva figura ritmica d’attacco, che forma il nucleo del primo tema; con esso contrasta profondamente il lirismo spiegato del secondo. L’Andante con moto è il centro gravitazionale del Quartetto: il “tema della Morte”, un mesto corale a quattro parti su un solenne ritmo dattilico, tratto dall’introduzione pianistica del Lied, è seguito da cinque variazioni che con fioriture sempre diverse lo sottopongono a singolari torsioni sonore, senza però modificarne la forma generale; alla fine il tema originale ritorna, trasfigurato in maggiore, nel registro acuto dei violini, e suggella il brano in un’aura di disincarnata serenità. Lo Scherzo ripropone le sonorità cupe dell’inizio, con in più un’aggressività incalzante e stridente: essa persiste nella danza macabra del Presto finale, un rondò-sonata che ha il passo di un’inesorabile tarantella. Solo a partire dal 1938 – dunque dopo il colpo di maglio inferto dalla censura di Stalin e Ždanov al «modernismo borghese» di Ledy Makbet – Dmitrij Šostakovič si dedicò al quartetto d’archi, ma da lì in poi con una sistematicità che non ha paragoni in altri generi cameristici, e riversandovi la sua più interiore e sofferta problematicità. L’undicesimo dei quindici quartetti, scritto nel 1966, testimonia (come altri) una ricerca che, schivando ardimentosi sperimentalismi, punta a una crescente essenzialità della scrittura entro i confini d’un linguaggio sostanzialmente tonale. La libertà dell’impianto architettonico, in sette movimenti, non è nuova nel genere: trova infatti un antenato illustre nel Quartetto op. 131 di Beethoven. La saldezza strutturale è garantita dal fatto che i sette aforistici brani, differenti nei toni espressivi, si susseguono senza interruzione ed elaborano un materiale motivico e intervallare comune. Il tema dell’Introduzione circola in tutti i movimenti successivi; il vigore ritmico dello Scherzo riemerge nel passaggio percussivo che interrompe il canto piano dell’Étude così come nel tema della sarcastica Humoresque, che a sua volta richiama il rapsodico Recitativo. Nell’Elegia il tema dello Scherzo assume il passo della marcia funebre, mentre il Finale, che riespone ciclicamente i temi precedenti, chiude il Quartetto sotto il segno di una tragica, sconsolante impossibilità di riconciliazione. Elena Bernardi ingresso libero - posti limitati info: tel. 051 2092413; soffitta.muspe@unibo.it |