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ARE WE HUMAN 2015

Nessuna speranza di essere graziato: il Maestro Invisibile racconta la sua Vocazione


[Monica Cristini] Recitar! Mentre preso dal delirio,/non so più quel che dico,/e quel che faccio!/Eppur è d'uopo, sforzati!/Bah! sei tu forse un uom?/Tu se' Pagliaccio!. Con la celebre aria di Leoncavallo Danio Manfredini incontra il suo pubblico, scivolando da dietro un sipario velato quasi a marcare il debole confine che separa l’attore dal suo personaggio. E si racconta, sotto le spoglie del vecchio attore che, con in mano il copione del Re Lear, ripercorre le sue glorie e confessa i propri dolori giungendo all’unica amara consolazione che “l’arte è un voto” che non si può sciogliere mai.

 

E’ un canto d’amore e al contempo di profonda amarezza, quello dell’attore, per il “destino dolcissimo e terribile” della vocazione, un demone incalzante che non dà tregua ma senza il quale l’artista di teatro non sa vivere. Da qui parte l’autore-regista Manfredini per guidarci in un viaggio attraverso la sua vita di personaggio e d’attore. Il sapiente montaggio di quadri - che attingono dal suo repertorio e da scene di opere teatrali che si interrogano sull’essenza dell’arte del teatro - rivela la grandezza di un artista che ha saputo elevare la propria voce ed il proprio corpo a poesia.

Dal Parsifal al Gabbiano, dall’Amleto ai Tre studi per una crocifissione, Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete passano abilmente da un registro all’altro, e tra l'ironico, il drammatico e il grottesco sembrano voler scacciare le “ombre e i fantasmi degli eroi” che i due attori hanno in passato “incarnato e dominato”. Sono i fantasmi che si manifestano a ogni cambio di costume, che avviene ai margini di una scena spoglia, allestita con poche sedie e con gli oggetti che sono soliti popolare i camerini; è un turbinio di personaggi ed esistenze che si susseguono freneticamente, non lasciano il tempo di un respiro e fanno spazio all’amarezza che poco alla volta si insinua tra il pubblico, rivelando tuttavia la magia e la bellezza di una passione irresistibile e totalizzante.

 

Manfredini e Del Prete si confrontano con i loro doppi, stanchi di indossare abiti che non gli appartengono e allo stesso tempo incapaci di resistere a quella chiamata che li attrae continuamente verso il palcoscenico.
C’è tanto dolore in questo spettacolo che grida la sua sconsolata frustrazione anche quando sfocia nell’ironia; ma c’è anche tanto amore e tanta passione, quella che riempie la vita dell’artista e che arriva a travolgere il pubblico, dal quale il Maestro Invisibile, vestito di piume e tacchi a spillo, si congeda con un saluto prima di voltarsi e uscire di scena a passi lenti.

 

 

Lo spettacolo è stato visto nell'ambito della rassegna ARE WE HUMAN 2015, a cura di Egizia Franceschini e Tommaso Rossi, venerdì 27 febbraio al Teatro Camploy di Verona. Il progetto sostiene e promuove la ricerca di nuovi linguaggi con la finalità di dare uno spazio a quegli artisti che propongono la sperimentazione di nuove drammaturgie e scritture sceniche.

 


 
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