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Dai primi sondaggi
effettuati sul Caerimoniale marciano, redatto da
Bartolomeo Bonifacio tra il 1559 e il 1564, emerge
immediatamente un dato: è intenzione del Bonifacio, primicerius
della basilica di San Marco, di annotare da una parte
tradizioni liturgico-musicali appartenenti ad una
tradizione antiquior, dall’altra usi recentiores:
il modus vetus e il novissimus convivono
dunque nella stessa fonte, ad un tempo conservativa ed
innovatrice. Rivolgere l’attenzione verso gli usus
veteres significa andare alla ricerca di qualcosa che
talora si è perduto: il canto delle letture evangeliche
e profetiche, ad esempio, benché rievocato con una certa
nostalgia, sembra presentare alcuni problemi esecutivi di
non facile soluzione da parte dei maestri di cappella
marciani.
Giovanni Francesco Anerio,
musicista tra i più notevoli nel panorama romano del
primo Seicento, pubblica nel 1617 la Selva armonica,
dove si contengono motetti, madrigali, canzonette,
dialoghi, arie a una, doi, tre e quattro voci. Tale
miscellanea, in cui l’ispirazione prevalente è
sacra, o per meglio dire spirituale, vede la luce due
anni prima dell’opera più celebre dell’Anerio,
il Teatro armonico spirituale, una raccolta cui
molti autori attribuiscono un ruolo chiave nella nascita
del genere ‘oratorio’, all’incrocio tra
gli influssi di tradizione laudistica e quelli del
dialogo e del madrigale spirituale. Nella Selva
s’incontrano simili problemi di genere, che verranno
esaminati analizzando le scelte poetiche di Anerio e gli
atteggiamenti del compositore di fronte alle strutture
metriche e retoriche dei testi.
Peculiarità propria
dell’opera in musica è la riscrittura: il libretto
riscrive in genere un testo precedente, mentre la musica
a modo suo riscrive il libretto, nel senso che lo
ripensa. Le differenze che si determinano nel passaggio
da uno statuto testuale all’altro sono spesso più
rivelatrici di ogni singola componente presa isolatamente
(la musica e il libretto, certo, ma anche il
testo-spettacolo e tutti gli elementi connessi).
Come osservò Charles de
Brosses nel 1739-40, "non vi è mai stato nessun
poeta pari al Metastasio nell’arte di esporre il
soggetto": nelle prime scene d’ogni suo dramma
per musica, "quasi senza che vi sia un racconto, lo
spettatore si trova al corrente di tutto ciò che è
necessario per comprendere l’opera". Più
specificamente, l’esposizione fornisce una certa
quantità di informazioni narrative che vengono ad
integrare le notizie anticipate dall’argomento e
dalla lista dei personaggi, già note dunque allo
spettatore fin da prima che inizi lo spettacolo (o la
lettura). Così facendo, nelle prime scene il drammaturgo
enunzia, in particolare, ogni elemento utile per
comprendere il ruolo che nella vicenda sarà chiamato a
svolgere ciascun personaggio.
È difficile investigare i
meccanismi psicologici della percezione dello stile, sia
per i complessi processi cognitivi implicati nella
costruzione razionale del "sentito", sia per la
difficoltà di stabilire procedure sperimentali atte a
comprendere la totalità delle dimensioni musicali e
sonore dell’opera d’arte, sia infine per
l’ambiguità degli elementi che definiscono il
costrutto teorico ‘stile’.
Il dottor Hinkfuss, in Questa
sera si recita a soggetto, sostiene: "se
un’opera d’arte sopravvive, è solo perché noi
possiamo ancora rimuoverla dalla fissità della sua
forma". L’attualità di un’opera o
d’un autore si riflette in genere nella serie di
ipotesi che si formulano intorno al suo rinnovato uso.
Muove da queste riflessioni la ricerca sulla recezione
della figura e dell’opera di Giuseppe Verdi in
Italia attraverso i media nel Novecento e fino al
centenario del 2001. Stampa generalista e specializzata,
fonografia, radio, cinema, televisione, Internet, nel
selezionare gli aspetti della figura e dell’opera di
Verdi, ne offrono una fenomenologia
"moltiplicata", implicando specifici modelli
culturali e musicali.
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