Archivio Storico:- ex Dipartimento di Musica e Spettacolo - Universita' di Bologna Cimes - Programmi Teatro 00-01

Incontri Seminari Laboratori
anno accademico 2000-01

TEATRO

 
Incontro con Salvador Tavora

UN TEATRO ANDALUSO

conduce Claudio Meldolesi

intervengono José Monleon (Istituto Internazionale Teatro del Mediterraneo), Concha Tavora (attrice e trainer).

Nel corso dell’incontro verrà presentato il reportage fotografico e video "La drammaturgia dell’immaginario".

Evento a cura di Cira Santoro, in collaborazione con il progetto per Bologna 2000 "Culture a confronto. Teatralità invisibile e flamenco" di Cira Santoro e Tatiana Gambetta, con il contributo di Lufthansa e Kodak, e con il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna

lunedì 12 marzo, ore 15.30
 
 
Abbiamo individuato il flamenco come "comportamento restaurato", ossia come forma di rappresentazione in cui l’espressione artistica è diretto significante di una modalità di relazione e di un’identità etnica fortemente connotata. Con una apparente forzatura del termine, abbiamo dato alla parola flamenco un’accezione più larga di quella a cui siamo abituati, ma è stato evidente, dalle varianti stilistico-musicali fino alla funzione assunta dagli artisti, che ci trovavamo di fronte alla coscienza sonora di una terra e di un popolo.

Abbiamo scelto di documentare alcuni aspetti, dai riti religiosi fino alle più spontanee manifestazioni di strada, che possano raccontare questo particolarissimo linguaggio a partire dai suoi valori fondamentali. In questo percorso, in cui il sentiero è stato voluto spesso dalle coincidenze, abbiamo incontrato Salvador Távora, che da questo linguaggio ha creato un teatro, rendendo visibile la "teatralità invisibile" del flamenco e trasparente quella "drammaturgia dell'immaginario" che regola convenzioni sociali, relazioni, spazi e tempi andalusi.

Abbiamo invitato a Bologna Salvador Távora e José Monleón, rispettivamente regista della compagnia di teatro La Cuadra di Siviglia e direttore della Fundación Instituto del Teatro del Mediterràneo di Madrid, perché raccontassero il loro lavoro e l’intreccio che hanno realizzato tra culture popolari e teatro di ricerca.

Nella giornata dedicata alla cultura popolare andalusa, oltre a una conversazione con gli ospiti spagnoli guidata dal prof. Claudio Meldolesi, vedremo in video gli "storici" spettacoli della Cuadra de Sevilla, commentati dallo stesso regista; proietteremo alcune immagini tratte del nostro reportage fotografico e video e presenteremo il lavoro di ricerca svolto in Spagna con la prospettiva di allargare e approfondire il nostro discorso.

Cira Santoro e Tatiana Gambetta

SALVADOR TÁVORA E LA CUADRA DE SEVILLA

Di fondamentale importanza per la storia di Távora, della sua compagnia e per il flamenco stesso, è stato il primo, ormai mitico spettacolo: "Quejio" dal lamento che generalmente precede e intercala l’improvvisazione del cantaor. Di questo lavoro non esistono documenti video, solo qualche foto e tante parole che lo raccontano a volte come un evento "fatale", nato dall’istinto di un gruppo di non addetti ai lavori e dalla fortissima necessità di rompere il silenzio culturale sotto cui era schiacciato il proletariato spagnolo. Non è secondario, infatti, considerare il periodo storico in cui nasce questo lavoro, come uno degli elementi fondamentali dello spettacolo stesso.

Erano i primi anni settanta e Távora aveva avuto l’opportunità di partecipare al Festival Internazionale di Teatro di Nancy con una compagnia semi-amatoriale, nella sezione dedicata alle minoranze etniche. Lo stesso regista ammette di essersi fatto contaminare profondamente dalle cose viste in quel Festival, di aver visto lì, per la prima volta, un teatro fatto di azioni, lontano dal dramma letterario e dalla cultura accademica, con cui, per esperienza e formazione non poteva riconoscersi. Quejio è stato inoltre un punto di non ritorno per il flamenco, portando in scena la parte "sporca, brutta e cattiva" di questo linguaggio.

Il dittatore Francisco Franco aveva usato il flamenco come "specchietto per le allodole": dagli anni cinquanta il cante e soprattutto il ballo gitano-andaluso, eseguito da sottili danzatrici in pois colorati, era stato uno dei pochi veicoli di apertura che chiamavano in Spagna un turismo superficiale ed era diventato il mezzo di comunicazione privilegiato con il resto del mondo. Il risultato era la creazione di un’immagine stereotipata e snaturata del flamenco e un occultamento della situazione reale del paese.

È su questi elementi che Távora costruisce la sua poetica, ma dal 1972 a oggi la sua produzione artistica ha subito una profonda trasformazione. I suoi spettacoli sono molto lontani dalla rabbia proletaria dei primi anni e molto più simili a un grande circo popolare andaluso in cui cavalli danzanti, tori, flamenco, marce processionali, cori e cavalieri si intrecciano in uno spazio circolare, come quello dell’arena, per raccontare le leggende popolari di quella terra.

Nel campo del linguaggio teatrale, il regista ha introdotto sulle scene, lentamente ma con singolare precisione, il valore poetico delle macchine, degli strumenti, del colore, della sorpresa e della bellezza degli animali, del ritmo, e buona parte dell'universo sonoro e drammatico andaluso, come il pasodoble, le marce suonate nelle processioni religiose, i cori popolari, l'odore dei rituali, il rischio o la tensione delle corride, trascrivendo in teatro, quella "drammaturgia dell’immaginario" che regola invisibilmente il calendario andaluso e le relazioni sociali che vi si intrecciano.

Cira Santoro

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